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Elena Pulcini: la convivenza e le passioni

Elena Pulcini, docente di Filosofia sociale presso il Dipartimento di Filosofia dell'Università di Firenze, intervistata al Festival della Filosofia di Modena del 2016, parla del rapporto tra le passioni e la convivenza.

Le passioni fondamentali per la convivenza sociale, nella tradizione occidentale sono viste come fattori negativi, c’è stata una sorta di rimozione delle passioni positive, che pure troviamo nella storia della filosofia. Per esempio sono stati dei filosofi, come Hume, Adam Smith, e non i neuroscienziati a scoprire quella che oggi chiamiamo empatia, i filosofi la chiamavano simpatia ma si tratta della stessa cosa.

Il pensiero filosofico parte dall’idea dell’individuo egoista e competitivo rimuovendo l’idea che non c’è solo l’egoismo, ma anche la simpatia intesa proprio come capacità di entrare in contatto con l’altro, l’empatia, il mettersi nei panni degli altri, e che ci sono passioni positive come la compassione, la generosità, l’amore.

Se l’egoismo significa essere per sé e l’altruismo significa essere per l’altro il problema secondo la Pulcini è essere con l’altro.

Non c’è niente di male nel perseguire i propri interessi, il problema comincia nel momento in cui questa logica diventa l’unica e viene completamente esclusa l’altra possibilità, bisogna far interagire queste due dimensioni dell’essere umano.

Sigmund Freud ci ha insegnato proprio a stare nell’ambivalenza, eros e thanatos: poiché le passioni negative non sono mai totalmente estirpate e sarebbe illusorio pensarlo, la questione è accettare la dinamica di queste due forze, quelle della convivenza e quella della competizione, tentando di contrastare thanatos con eros.

Quello che soprattutto il soggetto moderno ha perso, in questa hỳbris illimitata del fare, del produrre, dell’apparire, e che è necessario recuperare, è la vulnerabilità, la fragilità dell’umano. Bisogna riappropriarsi della dipendenza come risorsa, dato che io sono sempre in qualche modo dipendente, non c’è nessuna sfera della mia vita che non sia in qualche modo in relazione con l’altro e recuperare questo difficile equilibrio tra la propria autonomia e l’idea di questa relazionalità costitutiva, per cambiare la visione di noi stessi e del mondo.

 

 

 

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